Altro che Gabanelli, ecco le Quirinarie foglianti
Non c’è Silvio Berlusconi. E neppure Gianni Letta, il più autorevole tra i suoi collaboratori. C’è Giorgio Albertazzi, c’è Massimo D’Alema e ci sono, tra gli altri, anche Paolo Mieli, Annamaria Cancellieri e, ovviamente, un altro nome – Massimiliano Latorre – che già risulta essere la risposta al terzomondista Gino Strada. Anche il Foglio ha dunque i suoi “Rodotà”, sono dieci e già da adesso, online, oppure inviando e-mail all’indirizzo elettronico della redazione, ciascuno potrà scegliere da una rosa di dieci nomi il candidato alla presidenza della Repubblica. Quirinarie M5s, i grillini scelgono Milena Gabanelli
8 AGO 20

Non c’è Silvio Berlusconi. E neppure Gianni Letta, il più autorevole tra i suoi collaboratori. C’è Giorgio Albertazzi, c’è Massimo D’Alema e ci sono, tra gli altri, anche Paolo Mieli, Annamaria Cancellieri e, ovviamente, un altro nome – Massimiliano Latorre – che già risulta essere la risposta al terzomondista Gino Strada.
Anche il Foglio ha dunque i suoi “Rodotà”, sono dieci e già da adesso, online, oppure inviando e-mail all’indirizzo elettronico della redazione, ciascuno potrà scegliere da una rosa di dieci nomi il candidato alla presidenza della Repubblica.
Non c’è il Cav. e neanche Letta. Sono stati esclusi dai nostri probiviri. Le collaboratrici e i collaboratori del giornale, infatti – unitamente ad autorevoli rappresentanti dell’altra Italia, fuori dalla società civile ma con elegante uso di mondo – interpellati ieri per accorciare i tempi del primo turno di selezione, non hanno riscontrato né nel leader del centrodestra, né nel suo sherpa, il requisito più urgente per ciascuno: essere super partes il Cav. e non lo è; non essere sub Silvio l’altro che, invece, lo è.
Anche il Foglio ha dunque i suoi “Rodotà”, sono dieci e già da adesso, online, oppure inviando e-mail all’indirizzo elettronico della redazione, ciascuno potrà scegliere da una rosa di dieci nomi il candidato alla presidenza della Repubblica.
Non c’è il Cav. e neanche Letta. Sono stati esclusi dai nostri probiviri. Le collaboratrici e i collaboratori del giornale, infatti – unitamente ad autorevoli rappresentanti dell’altra Italia, fuori dalla società civile ma con elegante uso di mondo – interpellati ieri per accorciare i tempi del primo turno di selezione, non hanno riscontrato né nel leader del centrodestra, né nel suo sherpa, il requisito più urgente per ciascuno: essere super partes il Cav. e non lo è; non essere sub Silvio l’altro che, invece, lo è.
La rinuncia ai due protagonisti è, senza dubbio, una mano tesa all’Italia della legalità e dell’impegno civile. La lezione grillina è nel metodo ma nessuno dei probiviri, a onor del vero, ha pensato di inserire Berlusconi e Letta nelle nostre “quirinarie” che saranno a turno secco e serviranno a dare un orientamento preciso ai parlamentari che da dopodomani dovranno votare il successore di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica.
Dei dieci nomi, scelti dai nostri probiviri, i lettori, per tramite di mouse o di posta elettronica, dovranno indicarne uno. Il M5s ha indicato col metodo probabilmente anche la soluzione per rendere meno opaca la scelta del futuro capo dello stato. E’ più importante vagliare alla luce del sole le candidature e qui di seguito, in contrapposizione sequenziale con i nomi indicati dai grillini, noi daremo i nostri “Rodotà”.
Dei dieci nomi, scelti dai nostri probiviri, i lettori, per tramite di mouse o di posta elettronica, dovranno indicarne uno. Il M5s ha indicato col metodo probabilmente anche la soluzione per rendere meno opaca la scelta del futuro capo dello stato. E’ più importante vagliare alla luce del sole le candidature e qui di seguito, in contrapposizione sequenziale con i nomi indicati dai grillini, noi daremo i nostri “Rodotà”.
Alla votazione possono partecipare tutti quelli che avranno piacere di partecipare purché inviino in redazione i loro documenti di identificazione digitalizzati. Tutti, dunque, possono ritenersi aventi diritto. Noi saremo forse impresentabili ma loro – i dieci – sono più che quirinabili.
Ecco la rosa.
Ecco la rosa.
Non Emma Bonino – personalità scontata – ma la fattiva e bravissima Annamaria Cancellieri. E’ l’attuale ministro dell’Interno, già commissario del governo al comune di Bologna, nonché prefetto di carriera, il primo nome scelto dalla commissione per lanciare la consultazione che avrà validità dalle ore 24,00 del 15 aprile alle ore 21,00 dell’indomani (oggi per chi legge, ndr). Non si sta qui a elencare il corposo e nutrito curriculum di Cancellieri ma ci sentiamo di rivelare che è stata acclamata dai probiviri con esultanza unanime.
Non Gustavo Zagrebelsky – costituzionalista di vaglia, piuttosto freddo – ma, dopo Cancellieri, ancora una donna: è Maria De Filippi. La nota conduttrice e autrice televisiva, protagonista di “Amici”, è stata ritenuta necessaria in questa importante presa di coscienza della storia repubblicana per avere da sempre saputo tenere il contatto con le generazioni più giovani dimostrando altresì lungimiranza politica per avere invitato in trasmissione Matteo Renzi e pure don Ciotti. Più legalitari e più civili di così non si può.
Non Beppe Grillo – fondatore del M5s, attor comico – ma Maurizio Crozza. I probiviri, dopo una discussione ampia e articolata, hanno deciso di soprassedere sul ritiro di Grillo dalle consultazioni del suo stesso movimento. Con la scelta di indicare Crozza, ovvero il bravissimo imitatore che riscuote tanto successo in tivù (ma anche su Internet), i probiviri hanno voluto sottolineare la necessità di rendere presente, nella gara per il Quirinale, la viva vena della “commedia all’italiana” e senza per questo precipitare nell’afasia propria di tanti comici incapaci ormai di muoversi oltre il canovaccio ossessivo dell’antiberlusconismo.
Non Milena Gabanelli – giornalista della società civile denunciante – ma Barbara Palombelli. Con un solo voto di elegante astensione (quello della Palombelli stessa, membro dei probiviri) anche la nostra cara collega ha ottenuto una festosa accoglienza da parte della commissione di valutazione dei dieci petali e nella rosa offerta alla scelta lei rappresenta la continuità di Roma, l’Urbe universale, che dai Colli fatali saprà irradiare virtute, sapienza e continuità radiofonica visto che un presidente molto amato, Francesco Cossiga, seppe entusiasmare tutti con il baracchino, quello tipo, “Volante uno, volante due”.
Non Stefano Rodotà – il papà di Maria Laura, importante giurista, collega di Zagrebelsky – ma Paolo Mieli. Sul presidente della Rcs libri, già direttore del Corriere della Sera, fondatore del “terzismo” che è stato nominato dall’apposita commissione, ci riserviamo una chiosa supplementare per non venire meno al patto di lealtà con il lettore: lui non è soltanto “un petalo” della nostra rosa. E’ lui la carta coperta di tutte le trattative in atto. Lo abbiamo saputo e – consapevoli di un obbligo, quel dovere di cronaca che lo stesso Mieli non ci potrà certo rimproverare – lo riveliamo. Ma va votato senza dubbio, fosse solo per i discorsi che farà agli italiani la sera di San Silvestro. Roba da farci un Meridiano.
Non Giorgio Albertazzi – attore, supremo attore – come si pensava potesse risultare nella consultazione “tecnica” dei probiviri ma la conferma di Dario Fo, premio Nobel, altro attor comico. Qui c’è stato il rischio di una gaffe. Un ragazzo di Salò non può togliere il posto a un altro suo camerata. Si è fatto ricorso a un’attenta verifica dei voti, registrata nel verbale di assemblea, per certificare la decisione collegiale e poiché non poche sono le pressioni – prima tra tutte quella dell’Associazione combattenti e reduci della Repubblica sociale – si è addivenuti alla decisione di confermare nella rosa dei dieci nomi il Fo, “consapevoli di fare propria anche la volontà dell’Albertazzi”.
Non Gian Carlo Caselli – procuratore di Torino, mito dell’antimafia – ma Grasso. Precisamente Aldo Grasso, di fede granata come il procuratore, e non Pietro. Non dunque l’altro procuratore, attualmente presidente del Senato. La prima selezione dei foglianti, infatti – e stiamo parlando delle collaboratrici e dei collaboratori del giornale, unitamente ai rappresentanti della nostra cerchia mondana e informata – ha voluto tenere conto del normografo che considera Aldo, il critico televisivo del Corriere della Sera, il migliore dei Grasso in Italia, e il Pietro, invece, un Grasso in eccesso derivato da grossa grassa ossessione anticaselliana.
Non Ferdinando Imposimato – ancora un magistrato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – ma Marcello Dell’Utri. Il noto bibliofilo, sebbene da sempre sia assai vicino a Silvio Berlusconi, è percepito giustamente dall’opinione pubblica come una personalità autonoma, sempre attenta alla cultura, alla salvaguardia delle biblioteche, e perseguitato politico. Un novello Sandro Pertini è, visto il rischio che corre diuturnamente di finire in galera ed è, infine, l’esatto contrario di quella deriva previtiana verso cui ormai volge il berlusconismo.
Non Gino Strada – medico, fondatore di Emergency – ma uno dei due Marò: Massimiliano Latorre. Ma anche l’altro. Comunque quello più in alto in grado, il Capo di prima classe. Il loro eroismo supera perfino le difficoltà formali dell’anagrafe e non sarà certo il popolo della rete a incapricciarsi coi distinguo sui cinquanta anni compiuti. In caso di elezione al Quirinale, altro che licenza elettorale. L’India dovrebbe immediatamente chiedere scusa e Giulio Terzi di Sant’Agata troverebbe pure un posto di capo cerimoniere presso il parcheggio di via della Dataria, in Roma.
Non Romano Prodi, infine, ma Massimo D’Alema. Il Foglio non è certo, con rispetto parlando, inciucista. Ma molto di più. Consapevoli di andare in urto con l’orribile società civile, fieri di appartenere alla schiatta dei cinici che non perdono certo tempo nel cercare le farfalle sotto l’Arco di Tito, i probiviri – con la sola elegante astensione di Nicola Latorre, probo tra i nostri magnifici viri – hanno indicato senza alcun dubbio il vero leader del Pd, l’uomo forte, il decisore, insomma, quello che più di ogni altro può garantire la larga intesa. E tenere Berlusconi lontano dal Quirinale. E anche Letta, va da sé.